Il pugilato conta centinaia di morti, ma non è il solo sport che ha fatto vittime.

patrickday
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L’ultimo nome è quello di Patrick Day. Fra i pugili è il quarto quest’anno. Come il russo Maxim Dadashev, l’argentino Hugo Santillan e il bulgaro Boris Stanchov è morto in conseguenza dei colpi ricevuti sul ring. Nel pugilato i morti sono non sono l’eccezione, sembrano la regola di uno sport che è arte antica, ma è anche espressione di violenza.

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Una stima del 1995 indica in circa 500 le vittime della disciplina da un secolo prima, ma sono probabilmente molti di più. Negli ultimi decenni la maggiore diffusione delle notizie ha portato a conoscenza di molti più casi.

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È del 1963 uno dei casi più noti, quello del campione del mondo dei pesi piuma Davey Moore. Il messicano Sugar Ramos mise a segno un gancio destro alla testa e lo fece cadere con la nuca contro la corda inferiore del ring. Morì quattro giorni dopo. Bob Dylan gli dedicò una canzone, Who Killed Davey Moore?, «Chi ha ucciso Davey Moore?» mettendo sotto accusa manager, pubblico e organizzatori.

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Quando, a inizio anni Ottanta, morì il coreano Kim Deuk-koo per le ferite riportate nel mondiale dei pesi leggeri Wba contro Ray Mancini cambiarono le regole con la riduzione delle sfide mondiali da 15 a 12 round. Non sono però da allora diminuiti i morti.

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Nel 1994 è toccato a Robert Napunyi Wangila, olimpionico a Seul 1988, messo ko dallo statunitense David Gonzales e morto dopo un intervento per ridurre un’emorragia cerebrale. Era il più grande boxeur kenyano della storia, prima medaglia non dell’atletica per il paese. Nel 1996 la vittima è lo statunitense Stephan Johnson. In Canada era stato fermato dopo una visita medica per un ematoma cerebrale, ma il superwelter aveva continuato a combattere: negli Usa non valevano le regole canadesi.

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L’elenco per il pugilato è lunghissimo, ma non è il solo sport che ha fatto delle vittime. Negli sport motoristi la possibilità di incidente è messa in conto sempre dai piloti, ma il dramma non è minore. Marco Simoncelliè morto a Sepang, in Malesia, il 23 ottobre del 2011. La targa che ricorda il Sic è proprio nel punto in cui avvenne l’incidente: la curva 11. Daijirō Katō è morto a Suzuka in Giappone nella gara inaugurale del mondiale 2003. Da allora le moto non corrono più su quella pista.

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Ci corre invece la Formula Uno che ha una lunga lista di morti. L’ultimo è Jules Bianchi, vittima di un incidente sul circuito giapponese, e rimasto dieci mesi in coma fra 2014 e 2015. Prima di lui bisogna tornare al primo maggio del 1994, una data rimasta nella memoria di molti: il giorno in cui a Imola è finita contro un muretto la monoposto di Ayrton Senna. Il giorno prima era morto Roland Ratzenberger. Nel 1982 l’incidente mortale a Gilles Villeneuve, prima decine di altri. Sono morti facendo test in pista Elio De Angelis e Michele Alboreto.

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Nel ciclismo l’ultima vittima è stata Bjorg Lambrecht morto dopo una rovinosa caduta al giro di Polonia il 5 agosto del 2019. È morto in gara, all’ultimo chilometro del giro del Piemonte del 1951, Serse, il fratello di Fausto Coppi. Fabio Casartelli, olimpionico nel 1992 a Barcellona, è caduto nella discesa dal Portet d’Aspet al Tour de France e ha sbattuto la testa contro il cemento. Tony Simpson, nel 1967, sul mont Ventoux, fu stroncato da un arresto cardiaco. Wouter Weylandt, belga, è caduto lungo la discesa del Bocco durante la terza tappa del Giro d’Italia del 2011. Michele Scarponisi allenava in bicicletta quando è stato travolto da un furgone nell’aprile del 2017.

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Ci sono infine le vittime che non ti aspetti. Gli atleti che dovrebbero essere controllati e tutelati e che si accasciano in campo. Successe a Renato Curi, centrocampista del Perugia, che si accasciò in campo per un arresto cardiaco il 30 ottobre del 1977 mentre la sua squadra giocava contro la Juventus. Nel 2012 Piermario Morosini è stato stroncato da un arresto cardiaco durante Livorno-Pescara. L’ultimo caso è quello di Davide Astoriscomparso nel 2018. Il capitano della Fiorentina è stato trovato senza vita nella camera d’albergo di Udine dove la squadra era in trasferta.

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Due casi notissimi anche fra basket e pallavolo. Vigor Bovolenta, azzurro del volley, il 24 marzo 2012 si è presentato sulla linea di battuta, ha colpito la palla e ha chiesto aiuto. Il cestista Davide Ancilotto è morto per un aneurisma cerebrale durante una gara amichevole.

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Articolo di Chiara Pizzimenti, pubblicato su Vanity Fair, consultabile integralmente tramite il seguente link:

https://www.vanityfair.it/sport/altri-sport/2019/10/20/morire-di-sport-non-solo-pugili-gli-atleti-morti-campo